"Cade
nel tombino - grave giovane in bici"
(da Repubblica del 14 agosto 2000, articolo di Carlotta Mismetti Capua)
Una passeggiata in bici finita
male, anzi malissimo, per colpa di un tombino sconnesso sugli argini del
Tevere. E’ successo l’altro giorno ad Elia Isoletta, 42 anni,
assistente domiciliare e ciclista dilettante, caduto su una grata per lo
scolo delle acque sotto Ponte Garibaldi, nel tratto che connette i due
tronchi delle ciclabili Tor di Quinto-Castel Giubileo e Ponte
Sublicio-Magliana. Una caduta rovinosa che ha squarciato la faccia del
signor Isoletta, ricoverato immediatamente al Fatebenefratelli: 90 punti
dalla fronte al mento, sei denti saltati, il labbro a rischio necrosi.
Aveva inforcato la sua mountain bike al tramonto, come fa spesso a fine
giornata, quando gli impegni di famiglia lo consentono, e si era
incamminato dalla Magliana verso Ponte Sublicio. Una corsa nel verde,
quasi a filo con l’acqua, saltando i dossi e superando i canneti che
intralciano il percorso, inaugurato un anno fa e già abbandonato
all’incuria.
Nonostante gli inviti ecologici a lasciare l’auto, Roma non mostra
grande considerazione per i ciclisti: pochissime le corsie protette, due
sole le piste ciclabili, sempre in stato pietoso.
Il nemico numero uno del
ciclista è sempre il traffico — nell’ultimo anno e mezzo il bilancio
degli incidenti in bici è stato di 5 morti e 225 feriti. Non stavolta,
però. Il tombino pericoloso è proprio sulla passeggiata del Lungotevere,
all’altezza del ponte, e occupa tutta la carreggiata dell’argine. «E’
in senso di marcia per chi va in bici, e le stecche sono tutte sconnesse.
Me lo sono trovato davanti all’improvviso, l’ho visto ma non sono
riuscito a frenare» racconta Isoletta «sarò andato a trenta all’ora,
non di più. Ho provato anche a saltarlo, ma a quel punto la ruota si era
già incastrata». Facendo perno sulla ruota, e con la spinta dei trenta
chilometri all’ora, la bicicletta si è impennata catapultando
violentemente Isoletta, che si è ritrovato a terra, mezzo svenuto, con
gli scarpini ancora agganciati.
Un impatto che senza casco poteva essergli
fatale. ««Ce l’ho sempre, capita di cadere: perché farsi male? Questo
poi è un casco professionale, assicurato, ma nella caduta si è spaccato».
Maledetta pista ciclabile, maledetto quel giorno. Non lo dice ma si
capisce che lo pensa: è ancora scosso per l’incidente, ma più ancora
è preoccupato per quello che verrà dopo. Un’altra operazione,
probabilmente di chirurgia estetica per i segni lasciati dai punti, e poi
quando la guancia sarà ricomposta un’ulteriore intervento in bocca, per
mettere i denti persi. Dall’ospedale è stato dimesso ieri, in buona
salute dice il dottor. Mascagni di chirurgia. Il resto poi si vedrà. «Certo
che voglio sporgere denuncia» protesta Isoletta, quasi più arrabbiato
che spaventato «anche se è il raccordo tra le due ciclabili è sempre un
pezzo di strada aperta a tutti. Ci vanno anche i bambini, e nel tombino
potrebbero infilare una gamba. So che anche altri ciclisti si son fatti
male».
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